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Corrado Urbano: “Quei quattro anni in A in campo con Baresi, Scirea, Maradona”

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Corrado Urbano, anni 64, da Piedimonte San Germano, è un uomo di calcio che ha vissuto e vive il calcio dagli anni 70. Per Urbano, tra il 1999 e il 2025, quattro anni e mezzo sulla panchina del Cassino. In mezzo piazze come Casertana, Potenza, Ostiamare, tre anni alla guida della Primavera del Bari e tante altre esperienze. Ma prima la prestigiosa carriera da calciatore, quando in serie A non si arrivava per caso o grazie a qualche procuratore. Ci andavano i più bravi che la categoria la meritavano davvero. Un inizio di carriera come attaccante, poi la consacrazione da centrocampista. La prima storica promozione dell’Empoli in serie A, l’esordio contro l’Inter a Firenze, tre anni indimenticabili in Toscana e poi il trasferimento al Bari e altre grandi soddisfazioni con la vittoria della Mitropa Cup. Tra Empoli e Bari la bellezza di 174 presenze e quattro gol con quattro stagioni in A e tre in B. I compagni di squadra e gli avversari erano quelli della seconda metà degli anni 80 e di inizio 90, vale a dire fior di campioni, sia italiani che stranieri. Franco Baresi è uno dei giocatori più iconici che Urbano si è trovato di fronte.

“Franco – racconta Corrado Urbano – era il grande leader del reparto difensivo. Uno che vedeva oltre, sapeva dare i giusti input ai compagni per modificare l’assetto a seconda se la squadra doveva impostare il gioco o difendersi. Il braccio alzato di Baresi fece epoca ed era tale la sua personalità che molti arbitri si facevano condizionare. Oggi col Var è tutto diverso. Baresi e Scirea sono stati i due difensori più forti che io abbia mai affrontato e probabilmente sono stati i migliori di quella generazione. Ho avuto la fortuna di giocare contro Franco nove volte (compresa una sfida di coppa Italia con qualificazione dell’Empoli) e ne ho sempre apprezzato la serietà. Con Sacchi poi arrivarono i tempi di un Milan molto innovativo che era davvero bello da vedere”. Ma in quegli anni i fuoriclasse erano tanti, compreso un alieno.

Maradona – continua Urbano – sembrava un giocatore sceso dal cielo. Fisicamente non era molto dotato ma abilità, agilità e genialità compensavano tutto. Contro gli avversari era sempre molto rispettoso nonostante prendesse davvero tanti calci. All’epoca i fischietti erano più mansueti, oggi non permetterebbero tutti quei falli. Durante un Napoli – Empoli (2-1) e dopo l’ennesimo duello (mancavano quindici minuti alla fine della partita) gli chiesi la maglia. Lui fece finta di niente. A fine partita Ciccio Baiano si presentò davvero con la maglia di Diego per me. Non mi sembrava vero: un gesto e un regalo che porterò sempre nel mio cuore”.

Urbano non ha rimpianti. “Sono felice della carriera che ho fatto. E dico grazie a Gaetano Salvemini, grande tecnico che incontrai a Caserta e che successivamente mi portò a Empoli. Gli sarò sempre grato. Sulla carriera di allenatore forse nei tre anni nella Primavera del Bari il rammarico è non aver avuto la chance di allenare la prima squadra anche solo per qualche settimana. Ho valorizzato molti giocatori che poi hanno spiccato il volo, come ad esempio Castrovilli”.

Nel Cassino l’esordio, giovanissimo in C2. “Il primo anno giocai le ultime sei partite e al debutto segnai. L’anno dopo la squadra era molto giovane e retrocedemmo ma i ricordi sono comunque tanti e belli. Come allenatore nel 2000 abbiamo sfiorato una grande promozione. L’anno scorso ho fatto una scelta di cuore ad accettare ma forse avrei dovuto capire che non era quella giusta perché il ciclo della ex proprietà era ormai arrivato a termine e si respirava imminente aria di cambiamento”.

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