Domenico Di Carlo, per tutti Mimmo, 62 anni da Cassino. Una vita nel calcio: prima da calciatore con l’approdo in serie B a 29 anni e in A a 31. E quest’anno festeggia i venticinque anni da allenatore. Di Carlo è rimasto l’uomo umile e gentile di sempre.
“Sono – afferma il tecnico del Gubbio – e resto il ragazzo di via Cesare Lombroso. Da giovanissimo ero un tifoso del Cassino e seguivo le gesta di mio zio Bruno Di Carlo che era un’ala sinistra. Poi dalla tribuna passai al campo e mi ritrovai a giocare con la maglia della mia città prima esordendo in serie C e poi giocando un anno in D. Una domenica affrontammo l’Osimana che in campo aveva un giovane Gianfranco Matteoli che poi me lo ritrovai come compagno a Como. Ancora oggi il primo risultato che guardo è quello del Cassino, quest’anno farà l’Eccellenza ma sono sicuro che saprà rialzarsi”.
Dopo aver lasciato la città martire, le esperienze a Treviso, Como e Terni. Ma la vera crescita arriva a Palermo dove diventa anche capitano. Poi il trasferimento a Vicenza, dove Renzo Ulivieri saprà valorizzarlo nel modo giusto. E così, dopo le contestazioni iniziali, arrivano le promozioni in B e in A .
“Gli allenatori – continua Di Carlo – a cui sono sicuramente più legato non possono che essere Ulivieri e Guidolin. Il primo perché ha visto in me del talento e mi ha trasmesso tanta sicurezza. Con lui sono cresciuto anche dal punto di vista tattico. E poi Guidolin che a Vicenza ha scritto pagine importanti. Abbiamo vinto quella coppa Italia che vale tantissimo. Oggi per una provinciale è un’impresa ardua trionfare e alzare al cielo un trofeo. Facemmo un qualcosa di unico e ne sfiorammo un’altra di impresa clamorosa arrivando alla semifinale di Coppa delle Coppe con il Chelsea”.
Inevitabile la domanda se il gol di Luiso fosse regolare. “Era regolarissimo – continua l’ex mediano – e tutti in campo ne eravamo certi. Ma di fronte avevamo il Chelsea e noi eravamo il Vicenza. Resta l’orgoglio di essere arrivati fino lì ma certo avremmo sicuramente meritato di giocare la finale”. In totale quasi dieci anni da giocatore del Vicenza, in quegli anni 90 dove in A c’erano campioni eccezionali. “Difficile dire chi sia stato il giocatore più forte che ho affrontato. Erano dei fenomeni tutti: da Zidane a Totti, da Baggio a Del Piero. Totti di spalle era imprevedibile ed era davvero difficile da marcare. Un altro giocatore eccellente era Boban. Ma ripeto, in quegli anni la qualità era altissima”. Inevitabile un ricordo di Franco Baresi.
“Con il tempo capisci contro chi hai giocato. Franco era un campione dentro e fuori il campo. Un esempio, un’icona, una vera bandiera e io le bandiere le ho sempre amate”. A 36 anni l’ultima esperienza da giocatore a Livorno dove Jaconi lo aiuterà a capire il suo futuro. “Osvaldo mi ha aperto la testa e lì ho preso coscienza che avrei potuto continuare a stare nel calcio con questo altro ruolo. Gli anni nella Primavera del Vicenza hanno fatto da apripista. A Mantova ho vissuto un periodo d’oro e la finale con il Torino per andare in A grida ancora vendetta. Poi ho fatto tante esperienze belle e altalenanti dove non mancano dei rimpianti. Ma io sono abituato a non cullarmi sugli allori né a demotivarmi quando le cose vanno male. Ora sono a Gubbio dove l’anno scorso abbiamo raggiunto un insperato playoff. Mi piace valorizzare i giovani e resta il fatto che il mio sogno resta quello di tornare in categorie più importanti”. All’esordio in A da allenatore quel calcio preso da Silvio Baldini.
“Cose di calcio, abbiamo fatto subito pace. Avevamo sbagliato entrambi. Silvio è un uomo di sport e sta facendo bene con l’Under 21″. E sui giovani “Bisogna – conclude Di Carlo – dargli fiducia, oggi i ragazzi sono più fragili caratterialmente e meritano sostegno, la Nazionale deve rialzarsi”.