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Bentornata Roma

E sono sette. Questa volta a cadere contro la Squadra (con la S maiuscola perché di squadra parliamo) di Spalletti non è una presunta minore, una compagine che non deve chiedere più nulla al campionato, una che sta passando un pessimo momento di forma. No. E’ la Fiorentina di Paulo Sousa, la squadra forse più bella del campionato che meritatamente occupa i primi posti della classifica fin da settembre, come a dire bellezza e continuità.

E’ indubbio che le tossine del match di lunedì al San Paolo si siano fatte sentire (l’infortunio di Vecino forse ne è una conseguenza) e che l’uscita di Borja Valero toccato duramente da El Sharawy già a metà della prima frazione abbia inciso molto sul calcio dei gigliati, ma i giallorossi hanno sfoderato una prestazione di assoluto valore e, è veramente il caso di dirlo, di spallettiana memoria.

Squadra cortissima, verticalizzazioni improvvise, tagli dei centrocampisti, sovrapposizioni continue, veloce circolazione di palla, triangoli nello stretto e gol, tanti gol. Una squadra che gira, che sa quello che fa e quello che deve fare, un tecnico che valorizza al massimo i giocatori che la società gli ha messo a disposizione. Dalla depressione di Roma-Verona datata 17 gennaio all’euforia, giustificata, del 4 marzo.

Cosa è cambiato? Quali i fattori di questa inversione di tendenza?

Il primo fattore non può non essere che Luciano Spalletti. Il tecnico toscano è tornato nella capitale motivatissimo, maturo e, a detta sua, pronto a terminare il lavoro iniziato nel lontano 2005. Ha varcato i cancelli di Trigoria ed ha cominciato a dettare legge da subito stabilendo regole e pretendendo i tanto cari comportamenti giusti, quelli che trasformano 23 giocatori in una squadra di calcio. Ha gestito lo spinoso caso Totti come doveva essere gestito lanciando un messaggio importante al quale nessun dipendente AS Roma può e potrà rimanere indifferente. Per il dopo Garcia la figura ideale per imporre una brusca sterzata era, che piacesse o meno, Antonio Conte. Luciano Spalletti ha molto di Antonio Conte nella gestione della squadra ma in più è romanista, conosce bene l’ambiente romano e sa far giocare bene le sue squadre.

La figura forte del tecnico di Certaldo sta “coprendo”, dal punto di vista del carisma e della comunicazione, anche le mancanze di una staff societario che, come abbiamo già scritto, è ancora scarna di uomini di calcio. L’entrata di Nela è sicuramente positiva, ma sarebbe mortifero perdere una risorsa come Bruno Conti. Manca ancora però un personaggio di carisma, qualcuno che possa veramente colmare il vuoto di un James Pallotta troppo poco presente nella capitale ma che sta lavorando per far fare veramente un salto di qualità epocale a questa società. Lo stadio della Roma porterà immagine, introiti e punti (pensiamo allo Juventus Stadium e proviamo a pensare al ruolo che ricopre nella partite casalinghe dei bianconeri).

Nell’inversione di tendenza non può non essere preso in considerazione Walter Sabatini. Gli innesti del mercato di riparazione, accolti con molto scetticismo e superficialità, al momento sono stati dei veri e propri crack e la vendita di Gervinho a 16 milioni è stato un vero capolavoro realizzando l’ennesima plusvalenza. Un direttore sportivo deve essere giudicato per gli acquisti, ma anche per le cessioni soprattutto quando non hai alle spalle una società di sceicchi e devi tenere a distanza la scure del fair play finanziario. Dei 5 anni di gestione Sabatini i primi due sono stati di rodaggio, negli altri tre la Roma è stata al vertice del campionato. Per far meglio di Sabatini si deve vincere e vincere non è mai facile. La nota negativa di quest’anno sicuramente è stata la gestione dell’allenatore. Più passa il tempo e più ci si convince che il ritorno di Spalletti sia stato tardivo. Garcia per Sabatini è stata una vera propria creazione e si sa, ripudiare un figlio non è mai facile. Questo capita anche con i calciatori. La sensazione che questo possa essere l’ultimo anno del direttore sportivo umbro è forte, la decisione però è nelle sue mani. Chi scrive si augura che Sabatini possa rimanere e, come Luciano Spalletti, possa concludere un lavoro iniziato ma non ancora finito.

Mario Di Stasio